prima di riprendere la VITA DA SBIRRO
Ho sempre scherzato sugli scioperi della fame.
Tanto tempo fa raccontavo di un digiuno forzato, noi della Volante per terminare la trafila di un arresto e l'arrestato per forzata solidarietà con noi operatori. Nel giornale di quel mattino, acquistato per primi grazie al protrarsi notturno di tutto il farraginoso apparato della giustizia, scoprivamo di un contemporaneo digiuno dell'inossidabile Pannella che voleva a tutti i costi un indulto per svuotare le carceri italiane. Noi senza cibo per riempirle e lui senza cibo per svuotarle. Un paradosso degno da angolo delle riflessioni, credo del 2006.
Siamo nel 2009.
Noi spesso a digiuno perché le lungaggini degli arresti ancora non coincidono coi tempi delle nostre mense, Pannella dal congresso radicale ne preannuncia un prossimo per protestare contro lo stato delle carceri italiane e Cesare Battisti, quello finto ( che quello vero riposa in pace a Trento) a digiuno perché in carcere proprio non ci vuole finire.
Sono cresciuto e non scherzo più sugli scioperi della fame, tanto da sperare che almeno uno di questi prosegua, ma molto.
Indovinato quale?
Beh insomma, pericolo scampato.
Sono riuscito a portare in salvo molti dei racconti inizialmente postati nella Vita da sbirro , nella solitudine di un paesino del trentino e a metterli assieme in un lavoro che a vederlo non sembra nemmeno fatto da me.
E' cominciato tutto qui sop
ra, dalle pagine di Splinder circa tre anni fa. Un racconto, poi un altro, poi un altro ancora, e i commenti di amici, di contestatori, di sconosciuti e tante incitazioni a continuare a scrivere. Beh, io l'ho fatto, è stata tutta colpa vostra e adesso non potete tirarvi indietro. Questo è il prodotto di questi anni, portato a termine grazie al coraggio di Alessandro Pugliese, l'editore.
Adesso tocca a voi, almeno fatevi un giretto sul suo sito cliccando sopra la copertina
E come si fa per i libri VERI vi piazzo qui anche uno stralcio della prefazione regalatami dal Questore di Palermo, Alessandro Marangoni.
Chi fa il poliziotto appartiene a una sorta di Pronto Soccorso della società che interviene a prestare le prime cure, cucendo piccole ferite e ridando ossigeno a chi è in difficoltà e, spesso, annaspa per sopravvivere. Sergio Paoli, e chi come lui, è la Tachipirina somministrata come primo intervento per abbassare la febbre del quotidiano, lasciando alle prerogative di altri la cura radicale per vincere la malattia. Mi auguro che in tanti leggano le storie vissute e narrate in questo libro perché possano comprendere quanto vale il lavoro di un poliziotto. Lavoro che i poliziotti si ostinano a chiamare ‘‘servizio’’. Un motivo ci sarà.
Doverosa infine la marchetta ovvero il collegamento alla libreria virtuale della Ginko edizioni dove si può già trovare in anteprima il libro. Tra un po' anche negli altri bookstore ( che padronanza della lingua...) e tra un altro pò in tutte le migliori.... anche le mediocri.... e specialmete le peggiori librerie d'Italia.
Cliccare qui stotto please.
p.s. il titolo è un astuto stratagemma per attirare sconosciuti curiosoni. Voi fedelissimi sapevate già dove trovarmi no?
Beh che fate ancora qui, non avete cliccato lì sopra???
Pare che il ministro La Russa, appreso del ripristino dell'ora legale abbia espresso soddisfazione e abbia dichiarato che è tutto merito dei militari che aveva sapientemente posizionato in ogni orologeria.
Per fare in modo che la legalità oraria sia mantenuta ha promesso di mettere un soldato a vigilare ogni fuso orario del pianeta.
Assodato che il più fuso di tutti sembra proprio lui, adesso da chi lo faremo vigilare?
La radiosveglia stamattina mi ha introdotto nel mondo con uno squillo di tromba. Una sveglia da caserma. Che coincidenza! Non sono solito preoccuparmi molto di quello che mi accade nelle prime ore, così lascio dormire Wendy e vado in cucina per prepararmi la solita colazione. Guardo sospettoso il mio frigorifero. Avrei giurato che ieri sera era bianco. Apro la porta, verde mimetica. Dentro, bene in ordine tutta una serie di buste e confezioni, manco a dirlo, verdi. Ne prendo una che riporta una etichetta allarmante. “ Razione Mattiniera per Alimentazione Umana”. Fingo che tutto sia normale, non sono solitamente schizzinoso così consumo la razione R.M.A.U. , accendo la TV. Un colonnello in divisa legge le previsioni del tempo. Bene, questo è normale. La pubblicità mi invita a comperare dei fascicoli per costruirmi in trecento volte un carroarmato scala 1:1, poi del carbone per annerirmi il volto e degli scarponi anfibi per guadare acquitrini. Questo lo è meno. Spengo e mi fiondo in bagno. Sono in ritardo, come sempre. Lo specchio mi restituisce un volto assonnato e con i capelli stranamente corti. Cerco i vestiti, ma trovo solo una tuta mimetica... verde. Non posso tardare ancora, mi vesto e scendo in garage. La mia fedele due cavalli.....sparita! Al suo posto una Jeep senza tetto, verde scuro.
Accendo, parto, il vigile all'incrocio non c'è, sostituito da un soldato con una paletta verde. Me la mostra. Che devo fare? Mi fermo? E' verde, vado. Il soldato spara una raffica in aria.
Giro l'angolo, passo davanti a quella che un tempo fu la mia scuola elementare. I bambini in fila sono tutti in uniforme, un istruttore sbraita e soffia in un fischietto. Al semaforo si avvicina un uomo in tuta verde che mi vuole lavare i vetri. Vorrei chiudere i finestrini ma non ci sono. L'uomo termina il lavoro, poi mi saluta portando la mano alla visiera. Riparto, sono preoccupato, lo ammetto, rallento davanti alla mia edicola, cerco Emilio ma dentro il chioschetto c'è un soldato, i giornali sono tutti verdi, scappo, arrivo in Questura, non c'è più, c'è scritto Caserma sul portone. Tiro dritto, supero autobus guidati da militari, sfreccio davanti a negozi con soldati alla cassa, ambulanze verdi, campi da calcio verdi con atleti vestiti di verde che tirano calci ad un pallone verde. Non si vede un cavolo, mollo la jeep e un ausiliario del traffico con le stellette già estrae il suo blocchetto. Me ne frego, corro, non ho fiato. La mia vicina Pina ha montato una tenda da campo in giardino, non la disturbo, arrivo al mio palazzo, un soldato mi si para davanti e mi chiede la parola d'ordine. Sono sfinito, lo colpisco forte, al volto e quello cade. Entro in casa, corro in camera da letto. Wendy dorme ancora, ne vedo il contorno sotto le coperte. Cavoli, sono verdi ma forse lo erano anche ieri. Mi avvicino, sto tremando, devo parlare con qualcuno. Scrollo quella sagoma in cerca di conforto. Si sveglia, è di spalle, si gira... e il ghigno diabolico del ministro La Russa arriva dalla TV lasciata accesa, invade tutta la stanza, mi entra nelle orecchie.
“ Ho deciso che le donne non sono all'altezza della situazione. Quindi le sostituiremo con dei militari. Un soldato in ogni letto matrimoniale.”
Sono grave?
C'erano le ronde verdi padane, sono arrivate quelle nere che circolano sempre a destra e quelle rosse che non potevano che circolare dall'altra parte.
Quelle azzurre che si sospetta abbiano un cuore nero e confuse con le ronde blu e quelle gialle fatte dagli ex detenuti.
Le ronde rosa femminili, quelle grigie, quelle bianche e nere ( no, non a Torino...) a Sanremo, quelle con la divisa arancione...
Ci sarebbe ancora posto per le ronde viola, pare che nessuno ne abbia rivendicato il nome.
Da parte mia avrei tre proposte altrettanto colorate:
Ronde trasparenti così si levano dagli occhi e dai piedi, benzina verde per riempire i serbatoi delle Volanti e questa poesia scritta da mia figlia Alessia a dieci anni.
3 colori ho visto
i colori di una squadra vincente
e di un bagliore misto
con un pallone lucente:
il verde simbolo di speranza
come il prato in montagna
innocua distanza
dove cade una castagna;
il bianco pulito e profumato
la panna, la neve o un foglio non scritto
un fiore innamorato
in un bosco fitto;
infine il rosso dell'amor
della rosa più bella del giardino
che fa battere il cuore
dalla Sicilia al Trentino
E l'Italia resterà sempre così
una squadra che non perderà
che rimane qui
e non cambierà
W L'ITALIA!!!
Sangue, sì, è proprio sangue. Caldo, appiccicoso. Puzza. Dev’essere mio. Viene giù troppo veloce. Dalla fronte, credo.
Porca puttana. Perché non sento male. Perché non sento nulla. Mi entra negli occhi ma non pizzica. Cerco un fazzoletto nelle mille tasche del mio giubbotto. Sigarette, accendino, bloc-notes, chiavi, la mini torcia, caramelle, penna USB, una piccola pantera di plastica.
Cosa ci faccio con una pantera in tasca? Ah, il mio portafortuna. Deve essere poco in forma la piccolina. Eccoli, stropicciati, l’involucro non si apre.
Il sangue scende, me lo vedo sulle mani, il nylon si sporca, scivola. Fazzoletti economici. Ricordarsi di cambiare marca.
Niente birra scadente né fazzoletti economici nella mia prossima lista della spesa. Localizzo la ferita, tampono. Adesso fa male.
Ci vedo. C’è un uomo a terra vicino a me. Sento una voce, bestemmia. E’ quella di Alfio. Strano, non lo vedo.
Il mio campo visivo è limitato, distinguo solo quello che c’è di fronte a me. Guardo dentro un tubo. L’effetto tunnel allora esiste. Devo uscire. Calma, respira, guardati attorno, ora è tutto finito. Credo.
Il tunnel perde i contorni. Sono in ginocchio, mi alzo in piedi. Vedo Alfio, adesso, mi guarda.
“Tutto bene?”
Dico di sì. Lui mi supera e afferra l’uomo per un braccio, lo alza, lo ammanetta. E’ un nero, sembra incazzato.
Dovrei esserlo anch’io, credo.
Arriva un’altra volante. Scendono Marco e Annalisa. Luce azzurra, odore di freni, di frizione. Assimilo tutto, i miei elementi, sto già meglio.
Mi guardano preoccupati, devo essere una maschera di sangue. Peccato, Annalisa mi piace, non devo averle fatto un bell’effetto da come storce la bocca. Si avvicina a me e cerco di pulirmi il volto. Il fazzoletto si sfalda e me lo sparpaglio in faccia.
Mi fa anche male.
Annalisa si fa sotto, mi toglie un brandello di carta rossa da una guancia. Provo un brivido. Mette una mano in tasca ed estrae, al primo colpo, un perfetto pacchetto di fazzoletti di ottima fattura.
Donne.
Ne leva uno con l’abilità di un prestigiatore, uno svolazzo e mi tampona la ferita sulla fronte. Mi ama, non c’è dubbio, ma non voglio approfittare della situazione e la scosto. Troppo facile.
Si avvicina ad Alfio, prende in consegna l’uomo nero e termina il gioco di prestigio facendolo materializzare all’interno della loro Marea. Li vedo sparire nel buio.
Alfio guida con una morbidezza degna dei miei prossimi fazzoletti. La mia testa pulsante gliene è grata.
“Andiamo al Pronto Soccorso.”
Non ho nulla da obiettare. Chiudo gli occhi.
Schiaccio STOP.
Poi REW.
Poi PLAY.
Buio. Chiacchiere, motore al minimo, periferia.
Poche macchine. Ai margini del mio campo visivo scorrono senza sosta le lettere verdi della radio di bordo. TX…1125…RX….6987………….K1….TX…..1125….
Poi lo vedo, in piedi in un'area di servizio, davanti al distributore automatico di benzina. Sta armeggiando, tutto impegnato, ma non vedo alcuna automobile da rifornire.
Gomitata al braccio di Alfio che sterza, si avvicina al ciglio della strada , spegne i fari e prosegue al minimo dei giri.
Dio che pantera che mi sento. Socchiudo, guardo Alfio. Basta questo. Scendo, mi avvicino di corsa. Sento i passi di Alfio. Li sente anche l’uomo del distributore che si volta, mi guarda sorpreso. Poi parte di corsa.
Lascia cadere un pezzo di ferro, un cacciavite forse.
Sento il tintinnio e penso alla mia ultima frattura al setto nasale. Stavolta niente piedi di porco per me. Corre veloce l’uomo nero. Ma la pantera è ormai lanciata nell’inseguimento.
“Fermati!” grida Alfio, ma quello non gli da retta.
Poi inciampa, non cade, ma mette in fila una serie di passi sconnessi e sgraziati. Io nelle mie scarpe di vacchetta nera col tacco, danzo, al confronto.
Perde velocità, lo raggiungo, aiuto la forza di gravità e lo spingo giù. Troppo aiuto, forse, cado anch’io, sopra di lui, nell’erba di una aiuola.
Ce l’ho. Lui gira la testa e lo vedo in faccia per la seconda volta. Vedo anche la sua mano, che cadendo è finita proprio su un sasso delle dimensioni di una arancia.
La vedo alzarsi sopra la mia testa, poi vedo la sua bocca storcersi in un orrendo ghigno. La mano cade, pesantemente sulla mia fronte. Lo mollo, scivolo giù da lui come un amante esausto, sfinito. Prima di chiudere gli occhi penso ad un città tutta d’asfalto e di cemento.
Senza aiuole, né sassi.
Egregio Assessore della Giunta Provinciale di Trento
Franco Panizza
Via Romagnosi, 9 Centro Europa
38100 TRENTO
Egregio Assessore,
quale residente nella Provincia Autonoma di Trento ho avuto modo di apprezzare l’interesse e l’attenzione che l’amministrazione locale riserva ai propri lavoratori e quale dipendente pubblico dell’Amministrazione Statale dell’Interno, non Le nascondo un lieve sentimento di invidia se raffronto tale trattamento a quello riservato a noi servitori dello Stato.
Rappresento a livello provinciale un sindacato di poliziotti dello Stato che da sempre si sbraccia e si agita per riuscire ad ottenere quel minimo di rispetto e di dignità che la nostra categoria, spesso ricordata solo in occasione delle tornate elettorali, pretende ed esige. Non le parlo solo di stipendi o di indennità economiche ma spesso semplicemente di strutture, forniture e finanche oggetti per permetterci di svolgere il nostro lavoro che in fin dei conti è esclusivamente finalizzato al benessere della società.
Quello che le illustrerò sembrerà forse una boutade pubblicitaria ma Le assicuro che è assolutamente vero.
Più di un anno fa abbiamo sollevato al Questore di Trento il problema di un nostro collega poliziotto, il quale, per la sua imponente mole, non riusciva da anni ad ottenere dall’Amministrazione della Pubblica Sicurezza, una divisa della taglia appropriata.
Il Questore prontamente assicurava che il competente Ministero era stato informato e che si era attivato per fornire una divisa da poliziotto ad un poliziotto!
Sono passati dodici mesi ma ancora il nostro collega poliziotto si vede escluso da una serie di attività istituzionali in quanto sprovvisto di divisa. In parole povere il Ministero dell’Interno non riesce ad acquistare una singola semplice divisa di taglia forte e a spedirla a Trento. Non si tratta di una uniforme specialistica di chissà quale materiale introvabile ma di una semplice divisa in cotone che confezionata da un qualsiasi sarto potrebbe costare poche centinaia di Euro.
E’ di questi giorni la notizia dello stanziamento da parte della Provincia di Trento, grazie al suo interesse e al suo lavoro, di cifre importanti per la fornitura di uniformi a cori, bande e associazioni riconosciute e la cosa non poteva lasciarmi indifferente.
La richiesta che il nostro sindacato le fa, Egregio Assessore è pertanto piuttosto scontata.
Non avanzerebbe qualche scampolo di stoffa da regalare generosamente al nostro Ministero per la confezione che assicureremo da parte di un artigiano trentino, di una giacca blu e di un paio di pantaloni grigio-azzurri?
Cordialmente
Sergio Paoli
Segretario Generale Provinciale COISP Trento
Apparsi per un breve periodo sul blog Vita da sbirro ora chiuso per motivi sconosciuti, sembra stiano finalmente per riapparire in una raccolta che sta già facendo preoccupare l'ufficio disciplina...
Le prime notizie qui
Dopo la pausa estiva usciremo con due libri molto diversi tra di loro...
In settembre:

Attraverso una serie di racconti un vero ispettore di polizia, attualmente in servizio presso la questura di Trento, ci parlerà della vita di un poliziotto e dei suoi compiti, le sue giornate, i tipi fuori dall'ordinario con cui deve vedersela, e come può essere ritratta e 'vista' una città al mattino presto o a notte fonda, che i normali cittadini si limitano solitamente solo a 'guardare'
SECONDA PARTE 
Guardo in basso e tutto il mondo è blu. Blu come le "nuove" camice, enormi, almeno tre taglie sopra il dichiarato, lunge, larghe flosce, coprono tutto, comprese le mie nuovissime scarpe. Il bel cotone delle precedenti forniture è sparito, sostituito da un sospetto materiale sintetico. Sulla spallina è apparso un porta scudetto in velcro senza scudetto. La maggioranza dei poliziotti non si fregia di scudetti, quindi rimarrà vuoto e brutto, ricettacolo di polvere, di lanugine, inutile come un portafoto senza foto, come un cavalletto senza bici, come una schiuma senza birra...
Infilo rassegnato la mia penna nel taschino ma questo non si chiude più, costruito in materiale rigido si erge sul mio petto come un trampolino, mi impedisce la vista e non vuol saperne di abbassarsi, di custodire l'indispensabile accessorio.
Mi tolgo di dosso il mantello-camicia e le scarpe riappaiono, belle, lucide, nuove e mi riappacifico col mondo. Rimetto la mia vecchia camicia blu e mi incammino, orfano del rumore dei tacchi, che i novelli militarizzatori della Polizia di Stato vorrebbero farci nuovamente sbattere.
E questa è già una cosa.
Per le camicie aspettiamo fiduciosi.
Thriller in due parti di Javert.
Prima parte
Arriva per tutti il momento di ricredersi, di fare ammenda, di prendere atto dell'evidenza e di modificare i propri convincimenti.
Il mio è giunto due giorni fa, nel magazzino VECA della Questura di Trento. Per i non addetti ai lavori è un settore che si occupa di Vestiario, Equipaggiamento, Casermaggio e Armamento. Vecchio acronimo assolutamente non rispondente alla realtà ma mai abbandonato. Ma questo è nulla.
Seduto sullo sgabellino, apro la confezione delle nuove scarpe in dotazione con la consueta mestizia, rassegnato e conscio dei dolori che queste mi avrebbero procurato per le prime settimane, prima di sformarsi e decadere alla categoria delle"ciabatte", quando, stupore, invece delle solite "scarpe in vacchetta cromata con tacco per il personale maschile della Polizia di Stato" scopro un bel paio di calzature morbide, consistenti, piacevoli alla vista, senza il tacco tortura-caviglie, con la suola di gomma, con una etichetta vera, made in italy!
Le provo, non posso credere ai miei piedi, salto, ballo, sgambetto, corro, freno. Il collega in camice nero mi guarda sospettoso ma conferma che quelle che ho ai piedi sono le nuove calzature per i poliziotti italiani. Tremate borsaioli in scarpe ginniche, abbiamo accorciato il GAP che i tacchi e le suole in cartone vi concedevano.
Afferro il resto del mio vestiario e corro ad indossare la divisa, per l'occasione infilo la camicia nuova...
e le scarpe svaniscono...
(fine prima parte)
Non sarà forse mai possibile trovare la giusta condizione per parlare, per pensare serenamente davanti a scenari allestiti con dei cadaveri rimasti sull'asfalto.
Potranno vestire divise, questi corpi freddi, giacche eleganti, tute la lavoro, tuniche, tonache, jeans, magliette o vestitini da bambini.
Particolari senza senso quando la vita se ne va via, sorpresa ed offesa per questa partenza inaspettata, non voluta, imposta.
Rimane lo stupore, l'impotenza davanti all'irreparabile, la voglia di gridare e di trovare il responsabile, la soddisfazione di portarlo davanti ad un giudice, di veder compiuta Giustizia.
Sentimenti che ritrovo sempre, nel mio lavoro di poliziotto nei 10 100 1000 casi in cui il nome di chi cade non ha importanza.
Soddisfazioni che non sempre assaporo ma che mai mi hanno fatto sperare in una Giustizia alla moda, orientata alle sollecitazioni di massa, della politica o della religione.
Non è accaduto nemmeno stavolta, che come non mai si invocava una Giustizia che avesse il sapore della vendetta.
E' la Giustizia degli uomini, che da uomini cerchiamo di far funzionare nel migliore dei modi.
Poi, per chi crede c'è Dio.
Non so nemmeno quale NO cosa era sceso in piazza venerdì scorso.
Come da copione, in concomitanza del G8, fuori bandiere e striscioni e forza a gridare in ogni città contro i potenti della terra.
Legittimo, e per certi versi condivisibile.
Come da copione anche noi, chiusi gli uffici della Questura, o quasi, tutti fuori, a distanza. Fin troppo bello a pensarci, nessuno sembrava voler turbare la situazione profondamente democratica che si svolgeva sotto gli occhi annoiati dei passanti.
Sfidando la sorte e fiduciosi nella tranquillità della situazione, noi tre temerari, sorridendo alla possibilità di un rapido ritorno a casa, arrischiamo, a bordo della morigerata Fiat Stilo, una puntatina al bar del Ciano, per due fettine di quella che qui si chiama luganega. ( insaccato di carne di maiale)
Peccato che la strada ci porti a lambire una piazza teatro di un sit in e tanto basta.
Siamo bollati via megafono come provocatori con gli scudi. Guardo i miei compagni di merende ( e stavolta non è un modo di dire), per scovare qualche espressione provocatoria che non trovo; ricordo anche bene che gli scudi proprio non ce li abbiamo.
Decidiamo di reprimere i disordini sul nascere puntando decisi verso il bar.
Alla terza fetta dell'ambito salume, afferro al volo una notizia da un monitor alla parete: Le autorità iraniane presentano un reclamo ufficiale all'ambasciatore italiano in Iran per “La “brutalità” della nostra polizia nel reprimere i disordini per il G8 dell’Aquila.”
Reclamo dell'Iran...
Niente niente avranno già saputo della mia luganega di maiale?
Rieccovi finalmente.
Siete tornati, lettori delle baggianate di Javert, come Zombie che spuntano dalle fosse, come la peperonata che si ripropone durante la notte, come ahimé i pacchetti sicurezza, che più li guardo più mi ricordano tanto le uova pasquali. Tante aspettative dalla pubblicità, dall'attesa e dalla carta colorata e poi piccole deludenti sorprese. E come se non bastasse, mal di pancia per la cioccolata mangiata in fretta e dalla rabbia.
Abbiamo trovato l'oltraggio, nell'uovo; capirete se non gioisco ma sono del parere che ci era semplicemente dovuto. C'era prima, c'è adesso. In mezzo una pausa da scordare e tanti vaffa*** messi via senza tante storie.
Essere clandestini sarà reato, uno di quelli da condizionale, da pena sospesa, da dubbio di costituzionalità, da non menzione, da indulto e da amnistia. Sarà tra i meno puniti. Scommettiamo?
Aumenteranno i militari e così i poliziotti costretti ad accompagnarli in questa pagliacciata senza ritegno, ma soprattutto....
Ci saranno le ronde!
Ci penseranno loro, armati di spray al peperoncino ( ma com'è che i poliziotti non possono portarlo???) a pattugliare le nostre città, che chiameranno la Polizia al primo segnale di criminalità.
Peccato che i poliziotti però, quei pochi rimasti, non arriveranno, impegnati negli uffici per decreto, ad accertare ciclicamente il possesso dei requisiti di migliaia di rondaioli (rondisti?) che si alterneranno in questo nuovo pericoloso gioco. Non crederete davvero che saranno sempre gli stessi a gironzolare per le strade le notti d'inverno....
Comunque ben tornati, mi mancavate.
Alla prossima.
Non si sente parlare più degli stewart negli stadi.
Eppure quando li chiedevamo, per liberare centinaia di agenti di Polizia al servizio delle Società sportive miliardarie, per poterli impiegare in altri fronti e per una partecipazione delle stesse società, al mantenimento dell'ordine all'interno delle strutture sportive, sembrava volessimo sbolognare ad altri il nostro lavoro.
Anatema!!! La polizia non vuole lavorare!!!
Adesso, in un settore molto più complesso, vario, imprevedibile e difficile quale il tessuto cittadino, ecco arrivare gli stewart nelle piazze, nei parchi, nelle metropolitane.
Arriveremo al paradosso dei poliziotti pagati dai cittadini, in serivizio negli stadi al servizio delle ricchissime societò sportive e degli stessi cittadini a svolgere il lavoro dei Poliziotti.
Ma vi sembra sensato tutto questo?
Microscopici f
rammenti di cenere di sigaretta ad imperlare il manto nero della Pantera.
Sopra, col finestrino abbassato, Don Michè, il signore della Volante.
Ci ha messi tutti in fila Michele, ci ha fatto guidare la Volante fin da piccolini (lui no, lui non l’ha guidata mai, un signore anche in questo), ci ha canzonato, cazziato e spronato con quella voce roca di mille sigarette. Guidavamo attenti, un occhio alla strada e uno alla sua espressione imperturbabile, alla ricerca di un suo cenno di compiacimento. Ci ha fatto respirare l’odore della sua eterma MS stretta tra le labbra e ci ha fatti diventare un po’ più grandi, un po’ più sbirri, un po’ più uomini.
Frequentavamo incerti le “superiori” a Trento, quando alla Polizia si gridava “via via”, più per spirito di emulazione che per convizione e lui c’era.
Austero e impeccabile, elegante, ai margini dei cortei o alla fermata della corriera, a fianco della Volante che una recente mutazione aveva trasformato da verde a bianco-azzurro.
Ci osservava tranquillo don Michè, con le nostre borse a tracolla, perchè così si usava, mentre noi ignari affollavamo il parco Santa Chiara o i biliardi del Vicenza. Ci passava in rassegna ad uno ad uno, con lo sguardo profondo dell’uomo del Sud, finché qualcuno sentiva qualcosa muoversi sotto quello sguardo, vedeva qualcosa di più in quella divisa.
Sembrava dicesse “sarai tu, ti aspetto alla prova” e per tanti di noi quella prova c’è stata davvero, qualche anno dopo, su quella stessa Volante bianco azzurra.
Oggi Michele sta indossando per l’ultima volta la divisa, forse avrà anche smesso di fumare, ma nei nostri pensieri, quei frammenti di cenere sul manto della Pantera, continueranno a ricordarci don Michè, il signore della Volante.
Io, nel mio piccolo, al blog “caccia allo sbirro” ho contribuito. Insomma, se non ci si da una mano tra blogger, dove andremo a finire!
Ho mandato la mia fotografia, del resto c'era già su facebook, il mio nome, Sergio Paoli e una serie di elementi, tutti tratti dal mio blog, Pensieridijavert.splinder.com, dove tra l'altro, ci sono le prove della mia colpevolezza: schiavismo al regime, servilismo imperialista, uso dei verbi e dei congiuntivi contro chi devasta le città, contro chi impedisce i pensieri altrui, contro chi avvelena, contro chi sparge e fomenta l'odio. Parole non anonime lette da diecimila visitatori....
Per aiutare la ricerca ho segnalato qualche post, questi in particolare:
o anche qui
magari qui
Sono uno sbirro è vero, e la Polizia Politica o DIGOS è stato in passato un mio mestiere, ma ciò nonostante, e proprio per questo, quello che vedrete su “caccia allo sbirro” , la mia faccia la mia penna, i miei pensieri, saranno quelli di un uomo che non si lascia manovrare o intimorire, di una persona onesta come ce ne sono tante, molte di più di quante immaginate cari colleghi blogger di caccia allo sbirro. Se la magistratura non può, o non vuole oscurare il vostro blog, lo riempiremo volontariamente noi, cittadini non anonimi e lo faremo sparire solo con la nostra presenza.
Credo che le ronde cittadine se mai vedranno la luce, dureranno al più qualche settimana, quando ci si accorgerà che pattugliare una città non è come in un film e soprattutto non può durare lo spazio di una proiezione.
Che non è sempre azione, entusiasmo e successo.
Che non son quasi mai “ronde del piacere”.
Che c'è anche la routine, la noia, il freddo, la pioggia, la neve, il caldo, lo schifo, la nausea, le malattie, le sconfitte, i casi drammatici, quelli umani, la legge da rispettare, il tempo che passa, il variare dei contesti, chi rema contro, chi ti offende, chi vuole sbarazzarsi di te...
Allora ci chiederanno di riprendere il nostro posto, e avremo perso un sacco di tempo inutilmente.
Ho visto gli occhi di donne ferite, nel mio lavoro tra la gente;
arrivando trafelato con la mia divisa blu ho visto gli occhi di donne umiliate, offese, mortificate.
Occhi di donne cattive a volte, quando le mie manette ne stringevano i polsi.
Ho impresso nella mia mente gli occhi di donna sbarrati dal terrore, bagnati dal pianto o luccicanti per l’odio.
Ma mai, in questi lunghi anni, ho visto gli occhi di una donna arresa.