prima di riprendere la VITA DA SBIRRO
Tutto passa, si diceva la settimana scorsa, gli stadi che pian piano riaprono non fanno più notizia, spazio sui giornali al ritorno (ma erano mai sparite del tutto?) delle Brigate Rosse, infilate addirittura (addirittura???) nel più grande sindacato italiano.
Con un tempismo davvero spettacolare, capitombolo (con rete di emergenza) del governo, che toglie spazio alla notizia imbarazzante. BR sparite e si parla di politica.
Ma eccomi, paladino di una informazione meno frenetica e più completa.
Torniamo agli stadi.
Di un paio di giorni fa la proposta dell’Osservatorio del Viminale che invita
Se non ho capito male, si tratta di chiudere quelle parti di stadio dove sono state commesse violazioni in materia di sicurezza e di comportamento.
Presente il taglio della mano del ladro? La mano ha fatto la cattiva? Tagliamola.
Si potrebbe proporre il taglio della lingua per gli slogan ingiuriosi o razzisti, il taglio dei piedi per chi fugge alla Polizia.
Peccato, nemmeno questa volta si riuscirà a far qualcosa di concreto e di definitivo per i pazzi della domenica.
Ci accorgiamo di quanto siamo piccoli di fronte agli interessi di questo settore.
Basterebbe un segnale, per cominciare qualcosa di piccolo, di simbolico magari.
Pronti alla mia proposta?
Alle teste che impegnano anni di studi, discussioni, convegni per uscirsene con una proposta tanto bislacca ed inutile, cosa tagliamo?
Fin troppo facile scrivere di Polizia questa settimana.
Siamo di moda, siamo trendy.
Siamo diventati i bravi ragazzi che si sacrificano per garantire i diritti dei cittadini, strenui difensori della legalità, poveri e sottopagati paladini dei diritti.
Sembra passato un secolo ed era solo ieri.
Nei fatti rincorro ancora i criminali indossando scarpe di cartone e cravatta, guido veicoli con duecentomila chilometri, quando ci sono e mi vedo tagliati straordinari e corsi di aggiornamento.
Questi sono fatti.
Ma torniamo alle parole.
Quelle di Vasco Rossi, nientepopodimeno che da Polizia Moderna, che ritratta vent’anni di slogan, dispiaciuto che i suoi inni alla vita spericolata siano stati fraintesi, travisati e strumentalizzati.
Giusto oggi si dispiace. Che coincidenza. E che risonanza.
Eppure “Vita spericolata” la cantavamo anche noi sbirri, quando avevamo vent’anni o giù di lì. Ragazzi nemmeno tanto diversi da tutti gli altri. E la nostra vita spericolata è nel frattempo diventata realtà. La realtà di chi vive su una volante, di chi si schiera allo stadio, alle manifestazioni o ai concerti, per permettere che questi si svolgano, di chi fa irruzione nei covi di latitanti, di terroristi, di chi si butta da un elicottero, di chi si sbraccia su una autostrada in mezzo alla nebbia, di chi scorta magistrati e politici, di chi si infiltra nelle organizzazioni criminali.
Ascoltavamo lo stesso Vasco, noi che abbiamo scelto di portare addosso la sigla R.I. e chi di sfoggiare la sigla A.C.A.B. , e forse la differenza è tutta qui.
Scelte.
Non ti giustificare Vasco, anche grazie alle tue canzoni, qualcuno di noi ha scelto di fare questa vita.
Per il resto, prestami una tua frase, per quando non saremo più di moda, “mi viene il vomito, è più forte di me”, e arrivederci al tuo prossimo concerto.
Noi ci saremo.
Sotto il palco.
Il caso ha voluto che varcassi la soglia di una delle Scuole di Polizia, nello specifico, la mitica Scuola di Abbasanta, proprio nei giorni in cui un Onorevole della Repubblica italiana, nel delirio da palcoscenico che lo esalta ormai senza sosta, affermasse che i poliziotti italiani sono poco e male addestrati.
Dichiarazioni degne di una sparata da bar a serata inoltrata, ed invece rilasciate in una intervista nientemeno che al Corriere della Sera.
Neanche a dirlo mi son sentito chiamato in causa e mi sono così fatto attento e guardingo.
Non sia mai che adesso qui dentro mi addestrano a “manganellare nel mucchio”, a “non esitare davanti ad un ragazzino che inciampa”, pensavo mentre seguivo i corsi.
Son rimasto in quella scuola per sette giorni, ho visto personale preparato, attento, istruttori motivati e validi e frequentatori, anche non più giovanissimi (me compreso) , vestire i panni degli allievi per migliorare la propria professionalità.
Miglioramento, che sappiamo, non porta ad alcun vantaggio economico o di servizio. Si impara per fare meglio il proprio lavoro.
E’ vero, ho visto lacune, istruttori autotassarsi per acquistare materiale didattico, mancanza di divise, di generi essenziali per carenza di fondi, ma ho visto tanta voglia di fare il proprio lavoro e di farlo bene.
Insomma, questo Onorevole mi aveva allarmato inutilmente, ma forse l’occasione può essere comunque sfruttata.
Nei piani ministeriali, esiste la volontà, ormai sancita, di chiudere molte scuole della Polizia di Stato.
Le motivazioni sono sempre le stesse, mancanza di fondi, razionalizzazione di personale.
Bene signor Caruso, se ritiene che siamo così mal addestrati, che non sappiamo “risucchiare” i facinorosi, perché non farsi promotore per il mantenimento di queste scuole, per garantirne una loro funzionalità dignitosa?
Ho sempre creduto che un rappresentante del popolo, una volta focalizzato un problema, una lacuna, si debba adoperare per risolverla.
La sua autorevolezza dovrebbe consentirglielo, poi vedrà, alle prossime manifestazioni di piazza che bravi saremo.
La aspetteremo, col numerino sul casco, democraticamente come vuole Lei.
Io l’ho messa in preventivo da quando ho avuto la consapevolezza del mestiere che stavo svolgendo, passata l’euforia e l’eccitazione dei primi tranquilli servizi svolti tra le solide mura di una Questura.
Nelle sere più cupe, scorrevano davanti ai miei occhi immagini in bianco e nero di sparatorie, di inseguimenti a velocità folle, di irruzioni al buio, di colluttazioni disumane per sventare rapine, furti, sequestri, violenze.
Fotogrammi che scorrono veloci, per poi bloccarsi davanti al cerchio nero della canna di una pistola puntata contro.
Il sonoro svanisce gemendo, l’immagine si ferma, diventa liquida e brucia, partendo dal centro fino ai margini. Per sempre.
Pensieri lugubri, forse, ma che svanivano all’inizio del turno successivo, cancellati dalla consapevolezza di essere comunque dalla parte giusta.
E salivamo sulle volanti, sulle auto di scorta, sugli elicotteri, sui motoscafi, partivamo a piedi negli appostamenti.
Dall’altra parte, loro.
In tanti anni, e ventiquattro son tanti, mai, nemmeno una volta ho pensato di essere dalla parte giusta preparandomi per un servizio di Ordine Pubblico allo Stadio.
Non ho mai nemmeno creduto che esistessero due parti contrapposte, tolte le rispettive compagini e tifoserie al seguito.
Il pubblico era lì per partecipare ad un evento sportivo, e noi dovevamo fare di tutto perché questo fosse possibile nella più assoluta sicurezza.
A prima vista eravamo tutti impegnati su un unico fronte.
A prima vista.
Prima di Catania.
Da venerdì, al mio filmato in bianco e nero si sono aggiunte altre immagini che non volevo e al cerchio nero della pistola puntata contro si è sostituito il cerchio nero di un pallone malato.
Ciao Filippo.
