prima di riprendere la VITA DA SBIRRO
Se fossi uno scrittore la potrei chiamare sindrome del foglio bianco. Una sorta di apatia, di disinteresse per qualsiasi cosa. La necessità di estraniarmi da tutto e tutti e stare là, in disparte, zitto e serafico. E ce la stavo facendo, schivando elegantemente le bordate del mio spacciatore di idee, ricordate? (Per chi mi legge su carta servono poco le parole scritte in blu... era un angolo dell'estate scorsa, Parole parole.)
E qui, novello e inesperto eremita ho commesso un tragico errore. Ho letto un giornale, poi un altro, poi la radio, poi internet.... la TV no, sapete che per me quella scatola è solo un magico sistema per riportare in vita le pellicole di Ollio e Stanlio; tuttalpiù qualche puntata di Colombo.
Ho letto di scene da stadio a sostegno di eccellenti indagati, per reati che ci vedono tutti come parti offese, ma si sa, in democrazia ognuno può tifare per il brocco che preferisce. Lo stupefacente, a mio avviso sono le dichiarazioni, le scuse, le giustificazioni e addirittura le accuse che questi “signore e signori” ci fanno pervenire. Diritto di difesa garantito a tutti, per carità, ancor più se l'interessato è proprio chi, la giustizia dovrebbe orchestrare, ma un attimo di dignità, perdinci...
Giuro che se la sindrome da foglio bianco fosse contagiosa, mi recherei da tutti per infettarli. Dovessi baciarli in bocca.
Questo è vecchio, ma non c'era... così, per completezza.
Lo so, sono un debole. Non serve che me lo ricordiate; a mia discolpa posso dire che almeno ci ho provato.
Volevo smettere davvero.
La mia vita era diventata impossibile. Sempre col pensiero fisso a questo maledetto vizio, ogni momento era buono per appartarmi e soddisfare questa esigenza che ormai stava diventando l'unico scopo della mia vita.
Di giorno al lavoro e la notte sveglio, sigarette, birra, occhi arrossati e mente persa a cercare, cercare; a volte fino all'alba. E quando non riuscivo a trovare quello che volevo, ecco nel buio la voce del mio fornitore. << Basta>>, gli dicevo, << non ce la faccio più, voglio smetterla>> e lui pronto a ricacciarmi nel mio vortice, a insistere, malignamente conscio della mia debolezza.
Stavolta però credevo davvero di esserci riuscito.
“Vincere succhiando” sarebbe stata l'ultima mia fatica. Ero riuscito a convincermi che non ne valeva la pena. Avrei convinto anche il mio spacciatore di idee. Cos'erano in fondo, solo parole, suggestioni, provocazioni. Niente.
Avevo l'occasione di suggellare la decisione con un viaggetto a Roma, per il Consiglio del Co.I.S.P., incontrare nuovi amici, per dire basta, finalmente.
E invece proprio là tutto mi è crollato addosso.
Prima mi trovo in mano addirittura due bloc notes e due, dico due penne. Poi ecco lo spacciatore sul palco, le sue parole, << dài, forza, diamoci dentro>>, la sua incapacità di leggere tre righe di un discorso senza partire in coinvolgenti voli pindarici, ed io già lì a scrivere, come non scrivere la frase << cerchiamo di venire dentro>> echeggiante tra risatine e gomitate.
Poi ecco il Capo, il nostro Capo della Polizia e gli applausi e i discorsi, le parole, ancora le parole.
Il Presidente, i fondatori, gli ospiti, ancora parole, applausi.
E il colpo finale.
Marisa Grasso, moglie di Filippo, le sue, vere, semplici, profonde, dirette, potenti.
<< Siete i fratelli di mio marito. La speranza viene dal cuore. Poter vivere, il diritto di vivere è la prima espressione di libertà >>. E io, rude poliziotto, mi stropiccio gli occhi umidi e tiro fuori il mio Moleskyne.
Anche poche parole, in fondo possono servire. Come smettere adesso?