prima di riprendere la VITA DA SBIRRO
Chi come me, ha a che fare con i cosiddetti reati minori, (ma quanto minore è un furto, una rapina una lesione per chi l'ha subita...) si sarà trovato ancora sulle panche di un tribunale ad aspettare il nulla e con una vaga ma persistente sensazione di inutilità.
Citato regolarmente come teste, al pari di un qualsiasi altro cittadino che il caso (o la sfiga) ha voluto far transitare sulla scena di un reato, avrà visto entrare ed uscire dall'aula, uno alla volta, tutti i personaggi in attesa, finché, all'imbrunire, costretto ad alzarsi per sfuggire i colpi di ramazza di una energica addetta alle pulizie, avrà scoperto che il “suo” processo non c'era mai stato, per il patteggiamento tra le parti formalizzato quattro ore prima.
Ora, a parte lo scoramento per non essere quasi mai considerato in quei corridoi, salvo quando ci si deve giustificare per aver fatto il proprio dovere, ho sempre considerato svilente la possibilità di ricorrere al patteggiamento nelle occasioni che mi vedevano coinvolto. Come dicevo prima, noi poliziotti “ordinari” ci troviamo in tribunale a seguito spesso di arresti o di comunicazioni all'Autorità Giudiziaria per birbantelli colti con le mani nella marmellata. Quasi mai indagini lunghe, quasi mai dubbi sulla colpevolezza dell'indagato. Semplici fatti accertati e persone identificate sul posto.
Tu rubi, io arrivo e ti prendo. Tu Giudice lo condanni.
Bella forza poi ammettere la propria responsabilità e patteggiare evitando così sempre il carcere e godendo di sconti pecuniari che nemmeno nel periodo dei saldi si possono vedere.
Doveva servire a snellire l'attività dei Tribunali, ma a quanto pare non sembrano notarsi molti giovamenti in quel senso e sinceramente veder mercanteggiare la pena senza il coinvolgimento, se non a titolo di sigillatore, di un giudice mi è sempre parso anomalo e frustrante per la mia attività e sicuramente lo è anche per chi il reato l'ha subito.
Provate voi ad ammettere la vostra responsabilità una volta scoperti dalla legittima compagna in atteggiamenti “allegri” con la bella panettiera e poi ditemi che sconto vi hanno fatto.
Anche sul Coisp Flash
Ricordo l'espressione di mio padre quando gli spiegavo la complessa articolazione dei turni in quinta. Mi ascoltava con sospetto, non tanto per quel curioso susseguirsi di orari diversi, quanto per la chirurgica precisione della loro durata. Sei ore e tredici minuti.
Certo, per un uomo come lui, artigiano per quasi cinquant'anni, dare un limite temporale ad una giornata di lavoro era cosa impensabile; davanti ad una palazzina al buio, ad una gelateria senza corrente, ad un ristorante coi forni freddi, non c'erano limiti di alcun genere. “Si va via solo quando funziona tutto!”
“Ad ognuno il suo!” ripeteva sempre, orgoglioso del suo mestiere che gli permetteva una gestione totale di orari e di carichi, “mica come voi dipendenti che dovete timbrare il cartellino...”.
Era a quel punto che il suo sospetto si tramutava in stupore scoprendo che nemmeno io dovevo timbrare il cartellino.
“E allora,” ribatteva “che senso hanno quei tredici minuti prima del turno di lavoro se poi diventano magari venti, trenta e nessuno ve li riconosce?”
E qui, la sincera logica dell'uomo saggio che è mio padre, aveva la meglio sulle mie ridotte conoscenze delle turnazioni lavorative, ma soprattutto sulla mia acerba esperienza dei misteri della vita, tanto che tendevo a cambiare discorso introducendo l'argomento “zia Ofelia” che tanto accaldava le nostre discussioni.
Bene, a distanza di anni, leggendo nientepopodimeno che Repubblica, ecco davanti a me finalmente la luce.
Una indagine del Journal of Sexe Medicine ha stabilito che i tempi dell'amplesso perfetto vanno dai tre ai tredici minuti.
Eccoli là i tredici minuti, che l'Amministrazione, ottimista, ha voluto concederci di iniziativa, immaginando per noi, quali aitanti poliziotti, una performance al limite superiore.
Poi assieme alla luce, un'ombra maligna e una vocina sinistra:
“Tredici minuti, per fare cosa? Tanto vale che veniate a lavorare....”
Ci siamo, siamo nel mezzo della campagna elettorale, parlano di noi.
Silenzio, alzate il volume, leggete i giornali.
Cercheranno di convincere tutti che da domani si volta pagina, che innanzitutto c'è la sicurezza dei cittadini, quindi “forza Polizia”, prendeteli tutti quei cattivi che infestano le nostre città e oramai anche le nostre campagne.
Inutile ricordare che l'ultima volta, a pochi mesi dalle elezioni, ci è arrivato tra capo e collo un indulto che, come un'epidemia senza controllo, sta facendo sentire i suoi effetti ancora adesso
Sicurezza, quindi, ma soprattutto udite udite, “Certezza della Pena”.
Solo nelle News di Google, questa frase è ripetuta, in queste settimane, per 170 volte, corrispondenti ad altrettante pagine Web. Poi si apprezza che grazie a leggi che gli stessi signori hanno contribuito a creare o comunque a mantenere, ecco varcare i cancelli del carcere, ma nell'altro senso, mafiosi, pedofili, stupratori, assassini. Gente, badate bene, già condannata da tribunali italiani che non ha certo perso tempo per ricominciare da dove li avevamo presi.
Non so se stavolta sarà diverso, vien da pensare malignamente che sian tutte promesse alla moda, buone solo per accaparrarsi i voti di gente che il problema della criminalità lo soffre davvero e riuscire ancora una volta ad accomodarsi al tavolo della grande abbuffata della politica italiana.
Un tempo il chiamavano i “forchettoni”, pronti ad infilzare qualsiasi portata pur di mangiare a sbafo, spaghetti o costate che siano. Quest'anno, pare che vadano alla grande le ottime tagliatelle, cantate anche dai bambini nella famosa canzone “le tagliatelle della nonna Pina”.
Non cambierà un granché, ma almeno potranno dirci che avevamo capito male; Certezza della pena? Macché, noi avevamo detto “ La certezza della Pina”.