prima di riprendere la VITA DA SBIRRO
Sangue, sì, è proprio sangue. Caldo, appiccicoso. Puzza. Dev’essere mio. Viene giù troppo veloce. Dalla fronte, credo.
Porca puttana. Perché non sento male. Perché non sento nulla. Mi entra negli occhi ma non pizzica. Cerco un fazzoletto nelle mille tasche del mio giubbotto. Sigarette, accendino, bloc-notes, chiavi, la mini torcia, caramelle, penna USB, una piccola pantera di plastica.
Cosa ci faccio con una pantera in tasca? Ah, il mio portafortuna. Deve essere poco in forma la piccolina. Eccoli, stropicciati, l’involucro non si apre.
Il sangue scende, me lo vedo sulle mani, il nylon si sporca, scivola. Fazzoletti economici. Ricordarsi di cambiare marca.
Niente birra scadente né fazzoletti economici nella mia prossima lista della spesa. Localizzo la ferita, tampono. Adesso fa male.
Ci vedo. C’è un uomo a terra vicino a me. Sento una voce, bestemmia. E’ quella di Alfio. Strano, non lo vedo.
Il mio campo visivo è limitato, distinguo solo quello che c’è di fronte a me. Guardo dentro un tubo. L’effetto tunnel allora esiste. Devo uscire. Calma, respira, guardati attorno, ora è tutto finito. Credo.
Il tunnel perde i contorni. Sono in ginocchio, mi alzo in piedi. Vedo Alfio, adesso, mi guarda.
“Tutto bene?”
Dico di sì. Lui mi supera e afferra l’uomo per un braccio, lo alza, lo ammanetta. E’ un nero, sembra incazzato.
Dovrei esserlo anch’io, credo.
Arriva un’altra volante. Scendono Marco e Annalisa. Luce azzurra, odore di freni, di frizione. Assimilo tutto, i miei elementi, sto già meglio.
Mi guardano preoccupati, devo essere una maschera di sangue. Peccato, Annalisa mi piace, non devo averle fatto un bell’effetto da come storce la bocca. Si avvicina a me e cerco di pulirmi il volto. Il fazzoletto si sfalda e me lo sparpaglio in faccia.
Mi fa anche male.
Annalisa si fa sotto, mi toglie un brandello di carta rossa da una guancia. Provo un brivido. Mette una mano in tasca ed estrae, al primo colpo, un perfetto pacchetto di fazzoletti di ottima fattura.
Donne.
Ne leva uno con l’abilità di un prestigiatore, uno svolazzo e mi tampona la ferita sulla fronte. Mi ama, non c’è dubbio, ma non voglio approfittare della situazione e la scosto. Troppo facile.
Si avvicina ad Alfio, prende in consegna l’uomo nero e termina il gioco di prestigio facendolo materializzare all’interno della loro Marea. Li vedo sparire nel buio.
Alfio guida con una morbidezza degna dei miei prossimi fazzoletti. La mia testa pulsante gliene è grata.
“Andiamo al Pronto Soccorso.”
Non ho nulla da obiettare. Chiudo gli occhi.
Schiaccio STOP.
Poi REW.
Poi PLAY.
Buio. Chiacchiere, motore al minimo, periferia.
Poche macchine. Ai margini del mio campo visivo scorrono senza sosta le lettere verdi della radio di bordo. TX…1125…RX….6987………….K1….TX…..1125….
Poi lo vedo, in piedi in un'area di servizio, davanti al distributore automatico di benzina. Sta armeggiando, tutto impegnato, ma non vedo alcuna automobile da rifornire.
Gomitata al braccio di Alfio che sterza, si avvicina al ciglio della strada , spegne i fari e prosegue al minimo dei giri.
Dio che pantera che mi sento. Socchiudo, guardo Alfio. Basta questo. Scendo, mi avvicino di corsa. Sento i passi di Alfio. Li sente anche l’uomo del distributore che si volta, mi guarda sorpreso. Poi parte di corsa.
Lascia cadere un pezzo di ferro, un cacciavite forse.
Sento il tintinnio e penso alla mia ultima frattura al setto nasale. Stavolta niente piedi di porco per me. Corre veloce l’uomo nero. Ma la pantera è ormai lanciata nell’inseguimento.
“Fermati!” grida Alfio, ma quello non gli da retta.
Poi inciampa, non cade, ma mette in fila una serie di passi sconnessi e sgraziati. Io nelle mie scarpe di vacchetta nera col tacco, danzo, al confronto.
Perde velocità, lo raggiungo, aiuto la forza di gravità e lo spingo giù. Troppo aiuto, forse, cado anch’io, sopra di lui, nell’erba di una aiuola.
Ce l’ho. Lui gira la testa e lo vedo in faccia per la seconda volta. Vedo anche la sua mano, che cadendo è finita proprio su un sasso delle dimensioni di una arancia.
La vedo alzarsi sopra la mia testa, poi vedo la sua bocca storcersi in un orrendo ghigno. La mano cade, pesantemente sulla mia fronte. Lo mollo, scivolo giù da lui come un amante esausto, sfinito. Prima di chiudere gli occhi penso ad un città tutta d’asfalto e di cemento.
Senza aiuole, né sassi.
